TUMORI AL CERVELLO. IAVARONE: , COSTRETTO A DIRE NO A PAZIENTI ITALIANI

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Ha scoperto e studiato a lungo  una fusione di 2 geni che scalda i motori del cancro, dandogli benzina per correre, moltiplicare le cellule maligne, diffondersi. Ma le
ricerche di Antonio Iavarone, scienziato italiano emigrato negli Usa,
condotte con la moglie e collega Anna Lasorella, non sono rimaste
chiuse dentro un laboratorio della Columbia University di New York. Da
quando il team l’ha identificata come causa del 3% dei casi di
glioblastoma, il più aggressivo e letale dei tumori al cervello, la
fusione di Fgfr3 e Tacc3 ha assunto le sembianze di un ‘jolly’:
presente nelle stesse percentuali anche in altre neoplasie umane, può
diventare il ‘tallone d’Achille’ da attaccare. Su questa base sono
partiti diversi studi, ‘basket trial’ che includono pazienti con
tumori diversi accomunati dalle stesse alterazioni genetiche, in
Francia e negli Usa. E i malati italiani?

“Continuo a ricevere migliaia di richieste dal mio Paese per
trattamenti innovativi basati sulle nostre ricerche che purtroppo non
sono al momento possibili in Italia”, spiega all’AdnKronos Salute
Iavarone che è nel Belpaese per meeting e conferenze in diverse città
(compresa una lectio magistralis nella sua Benevento), e oggi a Roma
ha ricevuto in una cerimonia al Senato il Premio internazionale Guido
Dorso. Le strade per i connazionali malati sono quasi sempre sbarrate
“perché il più delle volte manca il punto di partenza: le analisi
genetiche approfondite che permettono di accertare la presenza della
fusione genica incriminata e di altre alterazioni nei tumori più
complessi, fornendo cosi queste e altre possibilità di cure
personalizzate”.

E’ il motivo, sottolinea, “per cui è stato difficile almeno finora
riuscire a consentire che anche pazienti italiani potessero
partecipare a questi trial. Lo studio approfondito dei tumori è la
base. Ci possono essere svariate alterazioni e alcune possono essere
bersagliate da diversi tipi di farmaci. Il concetto della medicina di
precisione è proprio questo: cercare molti tipi di alterazioni, e
identificare quelle bersagliabili, è cruciale quando i pazienti sono
in fase avanzata e le opzioni terapeutiche ridotte. Oggi con le
tecnologie di ‘next generation sequencing’ è possibile farlo anche con
una certa facilità. In realtà come gli Usa per alcuni centri sono
diventate quasi analisi standard”. Parola d’ordine: ‘big data’ del
cancro.

Ci sono nuove tecnologie che i centri di ricerca
più all’avanguardia nel mondo utilizzano. “Le cose sono andate avanti
– dice Iavarone – Si sta comprendendo che esclusivamente con le
analisi genetiche non si riesce a dare una risposta efficace alla
maggior parte dei tumori incurabili. E’ necessario associare altri
strumenti. Per esempio la preparazione di alcuni modelli cellulari,
gli ‘organoidi tumorali’, ottenuti facendo crescere in vitro le
cellule neoplastiche prelevate dal paziente in sala operatoria. Una
volta generati possiamo in poche settimane usare questi organoidi, che
mantengono la struttura originale del tumore, per testare direttamente
i farmaci selezionati in base alle analisi genetiche e determinare
quali funzionano meglio”.

Perché finora, sottolinea lo scienziato, “le reali attività efficaci
si sono viste in percentuali basse di pazienti (spesso altamente
pretrattati), circa il 10-15%. Per aumentare la portata della terapia
personalizzata su basi genetiche è importante dunque associare altri
tipi di informazioni come quella che arriva dai cosiddetti ‘avatar
tumorali’, utilizzabili per screening farmacologici personalizzati.
Questa è la direzione verso cui sta andando la ricerca, il futuro
della medicina di precisione sul cancro – puntualizza – in cui ogni
tumore diventa un progetto specifico da studiare in maniera
approfondita solo in grandi centri di ricerca”, ad alto impatto
tecnologico, “come speriamo possa essere in Italia lo Human
Technopole”, in rampa di lancio a Milano nell’area che ha ospitato
l’Expo.

L’importante, per Iavarone, “è che non venga risucchiato dentro
logiche non meritocratiche che spesso in Italia hanno bloccato il volo
di opportunità sulla carta in grado di dare una svolta. Va dunque
coinvolta la comunità globale di scienziati cercando di attrarre,
parlando un linguaggio internazionale, i migliori del mondo nel
settore dei big data, e più nello specifico dei big data del cancro
che stanno avendo la maggiore espansione sul fronte dell’utilizzo
clinico”. Per riuscirci “servono trasparenza nelle assunzioni e
progetti di valore – avverte – e in cima alla gerarchia dell’Istituto
nomi al top in grado di diventare un richiamo, dei punti di
riferimento. Spero che Iain Mattaj”, il biologo scozzese diventato
direttore dello Human Technopole, “sia la persona giusta per far
prendere la direzione migliore al progetto”.

Ci sono nuove tecnologie che i centri di ricerca
più all’avanguardia nel mondo utilizzano. “Le cose sono andate avanti
– dice Iavarone – Si sta comprendendo che esclusivamente con le
analisi genetiche non si riesce a dare una risposta efficace alla
maggior parte dei tumori incurabili. E’ necessario associare altri
strumenti. Per esempio la preparazione di alcuni modelli cellulari,
gli ‘organoidi tumorali’, ottenuti facendo crescere in vitro le
cellule neoplastiche prelevate dal paziente in sala operatoria. Una
volta generati possiamo in poche settimane usare questi organoidi, che
mantengono la struttura originale del tumore, per testare direttamente
i farmaci selezionati in base alle analisi genetiche e determinare
quali funzionano meglio”.

Perché finora, sottolinea lo scienziato, “le reali attività efficaci
si sono viste in percentuali basse di pazienti (spesso altamente
pretrattati), circa il 10-15%. Per aumentare la portata della terapia
personalizzata su basi genetiche è importante dunque associare altri
tipi di informazioni come quella che arriva dai cosiddetti ‘avatar
tumorali’, utilizzabili per screening farmacologici personalizzati.
Questa è la direzione verso cui sta andando la ricerca, il futuro
della medicina di precisione sul cancro – puntualizza – in cui ogni
tumore diventa un progetto specifico da studiare in maniera
approfondita solo in grandi centri di ricerca”, ad alto impatto
tecnologico, “come speriamo possa essere in Italia lo Human
Technopole”, in rampa di lancio a Milano nell’area che ha ospitato
l’Expo.

L’importante, per Iavarone, “è che non venga risucchiato dentro
logiche non meritocratiche che spesso in Italia hanno bloccato il volo
di opportunità sulla carta in grado di dare una svolta. Va dunque
coinvolta la comunità globale di scienziati cercando di attrarre,
parlando un linguaggio internazionale, i migliori del mondo nel
settore dei big data, e più nello specifico dei big data del cancro
che stanno avendo la maggiore espansione sul fronte dell’utilizzo
clinico”. Per riuscirci “servono trasparenza nelle assunzioni e
progetti di valore – avverte – e in cima alla gerarchia dell’Istituto
nomi al top in grado di diventare un richiamo, dei punti di
riferimento. Spero che Iain Mattaj”, il biologo scozzese diventato
direttore dello Human Technopole, “sia la persona giusta per far
prendere la direzione migliore al progetto”.

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