UniFortunato. “Coronavirus, responsabilità civile e non adottare il “si salvi chi può!”

Dopo i casi di infezione da coronavirus SarsCoV2 in Italia e la psicosi che si è generata non bisogna realizzare strategie di sopravvivenza del tipo “si salvi chi può!” e “mors tua vita mea”, ma si deve rimanere saldamenti ancorati al senso di responsabilità civile e sociale che è l’unica cosa che facilita il lavoro dei professionisti, che rende efficaci le misure predisposte e che rischia pericolosamente di vacillare di fronte a sollecitazioni così intense. Lo ha detto il Prof Raffaele De Luca Picione, che insegna Psicologia Dinamica all’Università Giustino Fortunato di Benevento.

In queste ultime ore – ha rilevato il professore – assistiamo a un fenomeno antropologico di spaesamento, perdita di orientamento, ricerca assoluta di rassicurazione, corsa a qualsiasi forma di riparo e protezione, dal chiudersi in casa, al fare scorte di viveri, al rintracciare materiale e strumenti che possano proteggerci e ripulirci, come mascherine e detergenti specifici. Tali comportamenti diventano espressione di processi psicologici in cui la componente affettiva-cognitiva è intensa se non per dire esplosiva. I processi di valutazione, interpretazione e riflessione su quanto accade intorno a noi possono vacillare e si attivano forme reattive, istantanee, acefale di comportamento. Dalla fuga, alla barricata, dal confinamento alla segregazione, dalla condivisione e diffusione di notizie alla segnalazione dei possibili untori e sospetti”.

Il sentirsi inermi, il non riuscire a prevedere esattamente cosa è possibile che accada, la minaccia proveniente da qualcosa di ancora non del tutto conosciuto (una nuova malattia di cui non si conosce bene l’origine e le sue cure), ha spiegato l’esperto, “genera quella che nel senso comune viene definita una “psicosi”. Infatti sembra questo il termine più usato nelle ultime ore per descrivere lo straripamento delle paure, il dilagare e diffondersi del panico, la paura di essere colti di sorpresa.  Tra i processi inconsci innescati per rispondere allo straripamento emotivo, vi è quello dell’irrigidimento dei confini e della ricerca dell’oggetto che possa simbolizzare la paura, ovvero dare espressione a qualcosa che non è rappresentabile”. Da un lato, ha detto, abbiamo visto come il discorso sociale e culturale abbia avuto come prima risposta la chiusura e l’irrigidimento dei confini: proteggere ciò che è dentro da ciò che è fuori. Processo questo che “risponde a una logica istantanea e reattiva, che mossa dallo spavento, dalla minaccia, e dalla paura cerca di irrigidire la separazione, la distanza, lo spazio della sicurezza. Ma se essa si rileva impraticabile a livello internazionale, diventa ben presto impossibile a livello nazionale e locale. È possibile riconoscere il sentimento di rassicurazione nel sapere che quella data cittadina, metropoli, provincia e/o regione è rimasta isolata, viene mantenuta isolata, secondo la logica del lazzaretto; tuttavia ben presto ci si rende conto che questa logica è destinata a fallire, le relazioni che intrattengono le persone non sono mai così localizzate, circoscrivibili e individuabili. Il tessuto connettivo tra gli individui è fittissimo, sovrapposto a tanti e simultanei livelli, allo stesso modo proprio come la nostra identità non è un’unica maschera ma è fatta da una moltitudine di identificazioni che dialogano tra loro e con gli altri in tanti e diversi contesti”.

L’altro processo, ha spiegato De Luca Picione, “è quello della nemicizzazione, come risposta a un pericolo a cui è difficile attribuire un nome, come risposta alla difficoltà di rappresentare qualcosa che sfugge alla nostra capacità di rappresentazione. Ci mettiamo dunque alla ricerca di un nemico a cui attribuire paranoicamente tutto ciò che sta accadendo e sta mettendo in crisi i nostri schemi di rappresentazione della realtà. Questo è un processo di “iper-semplificazione” della realtà: di fronte alla impossibilità di confrontarsi con l’incertezza e alla complessità multicausale dei processi in atto, l’uomo tende a semplificare quanto sta accadendo attribuendo la colpa a qualcosa di circoscrivibile, individuabile, nominabile. Dalle teorie complottistiche ai fenomeni sociali di razzismo e xenofobia, il processo inconscio primitivo è lo stesso: di fronte alla difficoltà di rappresentare qualcosa che si discosta dal nostro mondo rassicurante e prevedibile, cerchiamo elementi di stabilità che sono offerti prima di tutto dall’individuazione di un nemico esterno. La paura dello straniero è stata infatti sin da subito evidente in queste ultime settimane,”.

Rimane inoltre ancora un altro punto che merita la pena di essere sottolineato e messo in evidenza: “L’accessibilità tramite i canali di comunicazione multimediali a un enorme numero di informazione, se dall’altro risponde al bisogno delle persone di informarsi, dall’altro accresce il carico cognitivo di processare un numero grandissimo di informazioni, visioni contradditorie, prospettive simili ma differenti, forme poco etiche di diffusione e divulgazione di notizie, non curanti degli effetti che possono provocare (sia quelle eccessivamente minimizzanti sia quelle eccessivamente allarmanti). Ciò rende ulteriormente difficile reperire la bussola dei comportamenti, delle scelte e delle dinamiche sociali. Rimane pertanto importante rimanere in ascolto dei canali ufficiali delle istituzioni, seguire le norme suggerite ed indicate di profilassi e di prevenzione (le quali – si badi bene – sono piuttosto ridotte ed essenziali e di facile applicazione per tutti)”.

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