Carceri: capitano ‘Ultimo’, ‘massimo rispetto per il lavoro che pm Di Matteo fa da anni’

Palermo, 4 mag. (Adnkronos) – “Parole importanti”, quelle pronunciate ieri sera dal consigliere del Csm Antonino Di Matteo, intervenendo alla trasmissione ‘Non è l’Arena’ di Giletti, quando ha raccontato del suo incontro con il ministro della Giustizia Bonafede che gli aveva proposto l’incarico come capo del Dap e poi avrebbe cambiato idea. Ne è convinto Sergio De Caprio, meglio conosciuto come ‘Capitano Ultimo’, che ha risposto così a Giletti. “Massimo rispetto per il dottore Di Matteo – ha detto Ultimo – e per il lavoro che fa da anni”. E poi, l’ufficiale dei Carabinieri che il 15 gennaio 1993 arrestò il capo dei capi Totò Riina a Palermo, ha aggiunto: “Queste parole ci lasciano amarezza nel cuore, speriamo che le cose cambino. Che ci sia un vento nuovo, che spazzi via questo modo di pensare, di contrapporre interessi e fazioni su un bene che è di tutti. Le persone che si danno per gli altri devono essere sostenute”. Nel 2006 De Caprio era stato rinviato a giudizio, insieme con il generale Mario Mori, per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata perquisizione del covo del boss Riina, dopo il suo arresto nel 1993. I due furono assolti definitivamente dalle accuse.

Secondo gli inquirenti, con a capo l’ex pm Antonio Ingroia, i carabinieri della Territoriale erano pronti, subito dopo l’arresto del boss, a effettuare la perquisizione del covo ma il capitano Ultimo e i Ros bloccarono l’operazione chiedendo la sospensione “per motivi investigativi”. Il covo venne poi perquisito solo 18 giorni dopo ma nel frattempo era stato ripulito e vennero persino ritinteggiate le pareti. I giudici avevano assolto i due imputati ‘eccellenti’ perché “il fatto non costituisce reato”.

L’ex pm Antonino Di Matteo, oggi consigliere del Csm, aveva rappresentato l’accusa nel processo sulla trattativa Stato-mafia, che ha visto tra gli imputati anche il generale Mario Mori, che nell’aprile del 2018 venne condannato a 12 anni di carcere. Condannati anche il generale Antonio Subranni, Marcello Dell’Utri e il colonnello Giuseppe De Donno. L’appello è ancora in corso davanti alla Corte d’appello di Palermo.

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