Aurora van Houten si racconta in un”autofiction’
Ci sono donne che passano alla storia o che si ricordano perché ‘mogli di’, ‘figlie di’ o ‘sorelle di’. Una definizione sbrigativa, senza’altro sessista, e che soprattutto fa perdere di vista, a volte, personalità complesse e affascinanti, che della persona famosa non sono stati succubi, ma spesso muse, ispiratrici, compagne alla pari. E’ il caso di Aurora
della Camera, poi diventata van Houten, grazie alle nozze con Peter van Wood (che di cognome faceva appunto van Houten), famoso cantautore e chitarrista olandese, all’apice della carriera nella seconda metà degli anni ’50, naturalizzato italiano.
A farci scoprire la vita fantastica di Aurora, nata nel 1926 a Morcone (Benevento), è lei stessa, in quella che descrive “un’autofiction”. Il libro si intitola “Ho giocato tre numeri al lotto” (Solfanelli ed., 287 pagg., 20 euro), come una famosa canzone del marito chitarrista, e
si avvale di una presentazione della giornalista Maria Serena Palieri. Dall’infanzia in Molise con un nonna “che prendeva lo scialle nero e saliva al Castello a contrattare alla pari coi briganti”, al collegio a Roma prima e agli studi in Legge poi, all’università partenopea
‘Federico II’ popolata all’epoca solo da maschi, Aurora ci prende per mano e ci guida nella sua vita anticonformista e sempre all’insegna di una grande libertà e creatività. Ladra sì, ladra in viaggio di nozze, complice del suo giovane sposo, animatrice tra wagon lit e
casinò, di un copione che Alfred Hitchcock avrebbe volentieri portato sullo schermo.

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