La Camera Penale di Benevento, con una propria delegazione, nell’ambito dell’iniziativa “Ristretti in agosto”, organizzata dall’Osservatorio Carcere dell’UCPI, ha visitato la Casa circondariale di Benevento “Michele Gaglione”.
Grazie alla disponibilità e alla guida del Direttore, dr. Gianfranco Marcello e del Vice Comandante della Polizia penitenziaria dell’Istituto, dr.ssa Alessandra Iandiorio, oltre che del personale di P.P. e dei funzionari giuridico-pedagogici, la delegazione – dopo un breve colloquio iniziale – ha fatto ingresso nelle diverse sezioni dell’Istituto. Rispetto alla capienza regolare di 259 unità, sono presenti attualmente in istituto circa 370 detenuti.
Il descritto sovraffollamento (nonostante il leggero calo di presenze rispetto agli anni scorsi) continua a gravare sulle spalle del personale di polizia penitenziaria e civile, determinando difficoltà di ogni tipo, sul piano logistico-organizzativo e trattamentale.
Il personale di polizia penitenziaria consta di circa 217 agenti, tra i quali permane una sensibile e problematica situazione di sottorganico, aggravata dal sovraffollamento. Il personale civile composto dai funzionari giuridico-pedagogici (cd. “educatori”) consta di unità sotto la decina (6) che si rivelano carenti in rapporto alle esigenze del “trattamento intensificato/individualizzato” per i detenuti, che dovrebbero di fatto vivere il carcere all’esterno della singola cella, impegnati in attività rieducative e di reintegrazione. Al fine di assicurare l’attività trattamentale prevista dall’O.P. sarebbero necessari all’interno dell’Istituto penitenziario almeno due educatori per ogni sezione, cosa che almeno per il momento appare irrealizzabile.
La significativa criticità insiste ancora nel settore sanitario: sono previsti in organico 7 medici e 14 infermieri per la continuità assistenziale; come specialisti interni, v’è ad oggi unicamente un dentista (la ginecologa, prima presente, manca da giugno di quest’anno). Mancano altresì pneumologo, neurologo, dermatologo, otorino e chirurgo. Il resto delle visite specialistiche è demandato all’esterno con lunghi tempi di attesa. Il turno giornaliero del singolo medico presente in istituto lo costringe a ritmi massacranti; lo stesso vale per il personale infermieristico. Sotto il profilo dell’assistenza psichiatrica, l’ASL garantisce in concreto la presenza di uno psichiatra (a rotazione) all’interno dell’istituto solo per quattro volte al mese (che di fatto si riducono spesso a due o tre al mese), assolutamente insufficiente, oltretutto con un’attività limitata a non più di 5 consulenze per ogni accesso. L’articolazione sanitaria, inoltre, in generale, è priva di autonomia strutturale, situata al fianco del reparto Media Sicurezza e con équipe a rotazione con organico strutturalmente carente. La sezione ATSM (articolazione per la tutela della salute mentale) risulta allo stato ancora chiusa, in attesa dei lavori di ristrutturazione.
Del personale appartenente all’Asl – Benevento fanno parte due psicologi per 38 ore settimanali ognuno (1 dirigente e 1 specialista ambulatoriale) i quali in particolare si occupano della valutazione e prevenzione del rischio suicidario, oltre che dei gesti autolesivi dei detenuti, sia all’ingresso, che durante la permanenza in carcere (svolgono, inoltre, quotidianamente attività di sostegno per la popolazione ristretta).
L’Istituto garantisce attività scolastica (scuola dell’obbligo, istituto alberghiero ed altri corsi di formazione) e lavorativa; all’interno è presente una sartoria (direttore tecnico, Francesco Pedicini) dotata di strumenti all’avanguardia, dunque in grado di produrre lavori sartoriali di buona fattura (in fase pandemica erano state prodotte mascherine per la cittadinanza e ordinariamente vengono prodotte divise per i lavoranti e manutenute le divise della polizia penitenziaria; vengono prodotti altresì altri lavori, sempre su commessa ministeriale). Più limitata è l’attività trattamentale di tipo culturale e ricreativo, demandata come sempre alla buona volontà dei volontari, che pur organizzano eventi teatrali e cinematografici all’interno dell’istituto, con una certa frequenza, anche grazie all’impegno della Direzione, degli educatori e degli agenti.
Le attività trattamentali, come verificato anche nelle precedenti visite, attengono ad attività sportiva (campo da calcio, sale per l’esercizio fisico di modeste dimensioni con presenza di attrezzatura non idonea all’offesa personale), attività ludiche (teatro, cineforum e simili) ed attività finalizzate all’inserimento nel mondo del lavoro (ex art. 80: progetto “integrando” che consta del sostegno di psicologi-criminologi; la linea della vita e progetti regionali di carattere generale come corsi tecnici per pizzaioli e simili).
Al riguardo viene riferito che 4 detenuti sono stati autorizzati ed assunti per lavorare come operai nei cantieri dell’alta velocità. Risultano detenuti collocati presso l’ASI e 2 presso la Caritas, mentre atri detenuti svolgono lavoro all’interno della struttura penitenziaria: 12 in sartoria e in numero variabile in cucina o nel settore pulizia e manutenzione.
I locali palestra interni ai reparti sono desueti e sostanzialmente inutilizzati, con macchine ormai fuori uso e obsolete. I locali per la socialità appaiono spogli, in particolare nel reparto comuni, con connesse lamentele dei detenuti. L’istituto ha attivato ormai da tempo un servizio e-mail per le comunicazioni con i detenuti ed ha implementato, per i colloqui, l’utilizzo delle videochiamate, pur avendo ripristinato il sistema ordinario delle visite in vigore precedentemente all’emergenza pandemica. È sempre presente in struttura il “totem” elettronico messo a disposizione dei detenuti per la spesa, oltre che una ludoteca utilizzata per i colloqui con i familiari dei detenuti con figli e un servizio anagrafe per i documenti di identità.
Per quanto appreso direttamente dal personale e soprattutto dai detenuti medesimi, le visite al carcere da parte dei magistrati di sorveglianza per i colloqui richiesti e periodici sono effettuate di rado; e negli ultimi anni i colloqui si svolgono prevalentemente (quasi esclusivamente) con modalità telematiche. A tale carenza, si aggiunge – sempre in termini di colloqui con i detenuti – il peso dell’assenza di un vicedirettore in pianta stabile.
Le celle, nonostante il sovraffollamento, appaiono in condizioni mediamente accettabili, con qualche caso più evidente di spazio eccessivamente ristretto (nonché di umidità sulle pareti), ai limiti delle misure ritenute “umane”, secondo i criteri individuati dalla CEDU, dalla giurisprudenza di legittimità e dalla legislazione nazionale. Introdotti di recente i frigoriferi, manca invece un’area verde per i detenuti.
Il Carcere di Benevento, in definitiva, si appalesa come un istituto penitenziario che tra le mille difficoltà connesse alla carenza di fondi, personale, strutture e alla scarsa attenzione della Politica e delle Istituzioni, si muove lungo una linea di buona gestione e impegno che garantisce ascolto e detenzione mediamente “sopportabile”, ma con l’urgenza ormai non più rimandabile di provvedere da parte delle autorità sanitarie competenti a garantire una concreta assistenza psichiatrica, e sanitaria in generale, degna di un Paese civile.
Più in generale, la grave condizione di sovraffollamento rende cogenti interventi legislativi di deflazionamento detentivo/carcerario, interventi seri ormai non più rinviabili; provvedimenti come l’amnistia e/o l’indulto, oltre che una seria estensione della gamma delle misure alternative alla detenzione e dell’applicazione della liberazione anticipata.
I 56 casi, ad oggi, di suicidio all’interno delle carceri – tra i quali il recente episodio proprio nell’istituto sannita – devono allarmare le coscienze dei cittadini. Non c’è più tempo.





































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