La separazione delle carriere la vedo con gli occhi dell’avvocato che quotidianamente svolge la sua attività nelle aule penali e civili.
Mi sono chiesto quanto potrebbe incidere la separazione delle carriere dei magistrati sulla vita quotidiana di chi entra in contatto con i tribunali per chiedere che sia applicata una giustizia civile, amministrativa, penale, tributaria.
Negli ultimi cinque anni risulta che solo lo 0,83% dei PM abbia deciso di diventare giudice, e solo lo 0,21% dei giudici abbia fatto il percorso inverso. Il vero male della giustizia non è il passaggio da una carriera ad un’altra dei magistrati, ormai contenuta dalla riforma Cartabia del 2021, che ha permesso un solo cambio in tutta la carriera, e solamente nei primi dieci anni di attività.
La disfunzione quotidiana è determinata da riforme che complicano il servizio giustizia, lo rendono meno efficace e incapace di dare le risposte veloci alla richiesta di giustizia da parte del cittadino.
Il tema non dovrebbe essere quello di indebolire l’azione della magistratura ma quello di rafforzare il ruolo dell’avvocatura, garante della difesa del cittadino e dello stato di diritto.
È proprio vero che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge? Bisognerebbe interrogarsi profondamente su questo principio tutelato dalla Costituzione ma di fatto inapplicato.
Innanzitutto gli avvocati sono i primi a chiedere una giustizia celere che dia risposte in un tempo ragionevole e non in anni ed anni.
Con le varie riforme, ancora vediamo che la pronuncia di una sentenza civile arriva, se tutto va bene, in media dopo circa un anno e mezzo dalla fine dell’iter istruttorio.
Capita spesso che la nomina di un consulente tecnico di ufficio per un Accertamento Tecnico Preventivo sia effettuata, dopo circa un anno dalla presentazione del ricorso.
Il rapporto con i magistrati è diventato per un avvocato sempre più complicato, non per responsabilità del giudice, ma di una riforma che ha allontanato gli avvocati dalle aule dei tribunali, rendendoli dipendenti interni del proprio studio.
Il confronto tra difensori alle udienze è divenuto inesistente. Sinteticità degli atti e adeguatezza della difesa spesso non coincidono.
La discussione orale, nel processo civile è completamente scomparsa e nel caso dell’art. 281 sexies del codice di procedura civile è quasi sempre inattuata e se attuata viene procrastinata ad udienza successiva molte volte fissata dopo un anno.
Mentre la giustizia (penale e civile) viene travolta da riforme cervellotiche che non tengono conto delle questioni fondamentali per renderla effettiva e rapida, il legislatore tenta di riformare, con una separazione delle carriere, ciò che invece richiederebbe un rafforzamento degli uffici, una copertura degli organici, amministrativi, una maggiore agibilità delle strutture, un reclutamento di nuovi magistrati, e la stabilizzazione degli organici onorari, superando ogni precarietà.
Sarebbe questa una scelta per evitare una commistione assurda tra lo svolgimento della funzione Onoraria di magistrato e contemporaneamente la professione di avvocato, seppur esercitata in altri fori. Bisognerebbe valutare con serietà, allargando la casistica, alle incompatibilità parentali tra la funzione di magistrati e avvocati operanti nello stesso foro (soprattutto nei piccoli fori).
Una verifica andrebbe effettuata sulla degiurisdizionalizzazione introdotta con il D.lgs. n.28/2010, e con l’istituto della Mediazione civile, e della Negoziazione Assistita, che nella loro obbligatorietà in casi determinati rallentano l’iter giudiziario e sono proibitive per le fasce più deboli della nostra società.
Due Consigli Superiori della Magistratura, (CSM) per carriere separate dei Pubblici Ministeri e dei Giudicanti, appaiono essere riforme non idonee a risolvere i problemi annosi della giustizia. Sarebbe in discussione “L’obbligatorietà dell’azione penale”.
La Costituzione all’articolo 112 recita: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”. Ovvero, se c’è un possibile reato che viene segnalato, il PM deve aprire le indagini, e non può scegliere per sua discrezione di non farlo.
Anche questo però potrebbe essere messo in discussione dalla riforma. Basta mantenere la separazione delle funzioni e le incompatibilità ambientali.
Bisogna stare attenti ad una riforma che possa ridurre ulteriormente il ruolo dell’avvocatura, di fronte ad un fenomeno nel quale l’obbligatorietà dell’azione penale sia sottratta al PM ponendolo di fatto alle dipendenze dell’esecutivo sia esso sinistra o di destra.
Avv. Italo Palumbo








































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